Riceviamo e, con grande piacere, riportiamo le dotte e, nello stesso tempo, amare considerazioni dell’Ing. Crispino Abella, iscritto e militante du Frunti Nazziunali Sicilianu “Sicilia Indipinnenti”. Oltre ad essere un preparato ingegnere elettronico, “il migliore al mondo”, come affettuosamente lo definisce Pippo Scianò, egli mostra una profonda capacità di riflessione, mai disgiunta dall’imprescindibile conoscenza delle “vere” vicende storiche, dall’orgoglio delle proprie radici, dalla dovuta eleganza e moderatezza dei toni, pur nella loro tagliente fermezza ed indiscutibilità. Se le nuove generazioni di simpatizzanti e militanti avranno la stessa profondità di pensiero ed un’analoga cultura, siamo allora certi che u Frunti Nazziunali Sicilianu “Sicilia Indipinnenti” potrà avere, davanti a sé, un fulgido futuro.
Quel giorno mi recai in centro, a Catania, città nella quale lavoro da molti anni, per costatare in prima persona l’entità della partecipazione popolare alle cerimonie ufficiali, ma soprattutto, per manifestare il mio dissenso verso quello che è considerabile come un atto di conquista nei confronti della Sicilia e dello stato sovrano del quale allora faceva parte, il Regno delle Due Sicilie. Essendo solo, non potevo pensare a chissà quali espressioni di disapprovazione, e mi limitavo ad andare in giro esponendo un fazzoletto giallo-rosso nel taschino, e il triscele – l’antico, plurimillenario simbolo della nostra terra – all’occhiello.


La lingua? Le tradizioni? La storia?
L’italiano era, sì, la lingua nella quale erano redatti gli atti ufficiali del Regno di Sicilia (nell’ultimo periodo della sua esistenza, prima fu usato anche il siciliano), e lingua di cultura, così come lo era negli stati della penisola; ciò non comporta, tuttavia, che la Sicilia si sentisse italiana, non più di quanto Malta, dove l’inglese è lingua ufficiale insieme al maltese, si senta inglese. La Sicilia si considerava un paese di lingua italiana.
Le tradizioni? Si esprime così Alessandro Manzoni, nella sua “Marzo 1821″:
“Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor”
E dopo:
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de’ barbari piè?
Manzoni rivela così la verità sulla coscienza di avere comunanza di usanze, lingua, storia: il far terminare l’Italia a Scilla non era soltanto poeticamente dettato dal vincolo della rima baciata, ma dalla sensazione che di là della punta estrema dello stivale iniziasse una terra “altra”.
E il sentimento dei Siciliani di costituire una nazione a parte si deduce anche da espressioni usate ancora oggi, come, per esempio, Essiri di fora regnu, per indicare un forestiero non siciliano. Mi raccontava mio Padre, che aveva studiato nel centro Italia, che alcuni parenti, alla domanda su dove egli si trovasse, rispondevano: nnall’Italia, oppure, Ddha fora.
La storia siciliana e quella italiana hanno tra di loro una differenza sostanziale: mentre per la seconda non si può parlare di storia unitaria (o quasi) se non, per accettazione, dal 1861, la storia di Sicilia è di un paese unito fin da epoca romana (sebbene provincia), che giunge allo status di regno (dove il sovrano è incoronato dal pontefice, ed è, quindi, la più alta autorità temporale, se si esclude l’imperatore del Sacro Romano Impero, del quale la Sicilia non faceva parte) negli anni a cavallo tra i secoli XI (prima seduta del Parlamento Siciliano nel 1097 a Mazara del Vallo) e XII (nascita del Regno di Sicilia con l’incoronazione di Ruggero II d’Altavilla nella Cattedrale di Palermo nel 1130). E questo regno comprendeva tutta l’Italia meridionale e parte di quella centrale.

Lo Stato indipendente di Sicilia sarebbe risorto, per un breve periodo, nel 1848, in seguito alla rivoluzione scoppiata a Palermo il 12 gennaio di quell’anno, ed estesasi poi a tutta l’Isola. C’è anche una strada, nel centro di Palermo, dedicata a questa data; ed anche Piazza delle Fieravecchia da allora è nota come Piazza Rivoluzione: come mai si sono salvate dalle operazioni volte a cancellare la nostra memoria storica? Perché tale evento è strumentalizzato, dalla storiografia ufficiale italiana, come un’espressione dell’anelito del popolo siciliano ad unirsi alla grande patria italiana! In verità quella fu una rivoluzione indipendentista contro la corona borbonica, che portò alla rinascita del Regno di Sicilia, nel quale si aspirava, a certe condizioni, ad una confederazione con gli altri stati italiani, ma mantenendo la condizione di stato indipendente. Questa volontà è manifesta nello Statuto Costituzionale del Regno di Sicilia, dove si legge, all’articolo due:

La nuova realtà si dimostrò subito peggiore di quella precedente (… lu beddu regnu ha jutu gammi all’aria …)
Si moltiplicarono le tasse (dalle cinque di prima dell’annessione, si arrivo ad averne trentacinque); le riserve d’oro e d’argento presero la via di Torino (… l’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia …); fu introdotto il servizio militare obbligatorio, della durata di 5 anni, che rappresentò un disastro per la maggior parte delle famiglie. Il malcontento dei siciliani per le aspettative tradite e per il trattamento ricevuto dal novello stato italiano non tardò a manifestarsi: sommosse e rivolte, tra le quali due in particolare devono esser ricordate.
Quella di Castellammare del Golfo (2 gennaio 1862), nota come rivolta dei cutrara, nella quale furono messi a morte nove neo-cittadine e cittadini “italiani”: vecchi, storpi, un sacerdote, e la piccola Angela Romano, di nove anni. Tale rivolta è porta, dalla storiografia dei vincitori (e quando è menzionata) come un rifiuto a uniformarsi al nuovo corso, laddove si trattò, invece, per via anche delle attese tradite, di una ribellione di carattere indipendentista.
Come indipendentista, e su scala enormemente più ampia, ma travisata da mero tentativo di restaurazione del regime borbonico, fu quella nota con il nome di “rivoluzione del sette e mezzo”, che divampò a Palermo e dintorni dal 15 al 22 settembre 1866.
Il fattore, si può dire, scatenante, fu la messa in vendita dei beni ecclesiastici (Legge eversiva del 7 luglio 1866). La Chiesa svolgeva anche una funzione sociale (assistenza ai poveri, istruzione scolastica, formazione lavorativa), oltre a dare lavoro per la coltivazione delle proprie terre e per l’indotto a essa legato. Le vendite forzate provocarono il danneggiamento dell’economia e la riduzione in miseria di ampie fasce della popolazione siciliana. La sollevazione fu generale: artigiani, operai, commercianti, impiegati, studenti, religiosi, nobili per sette giorni e mezzo tennero testa all’esercito italiano e alla regia marina al completo, che si premurò di cannoneggiare la città dal mare. Alla fine la rivolta fu sedata e iniziò una durissima repressione.
Nel 1893-94 è la volta dei Fasci Siciliani dei lavoratori, in cui, oltre ai temi di carattere sociale ed economico (distribuzione delle terre incolte, eliminazione dei dazi), veniva posto l’accento sull’esigenza dell’autonomia regionale. Le manifestazioni ebbero carattere pacifico fino a quando l’esercito italiano non cominciò a sparare, come a Caltagirone e a Giardinello nel dicembre del 1893. Alle comprensibili reazioni, il governo italiano rispose mandando in Sicilia quarantamila uomini per reprimere i moti: capo del governo era Francesco Crispi, siciliano di Ribera. A riprova di come anche il movimento dei Fasci Siciliani ebbe carattere indipendentista c’è un’affermazione di Crispi che disse che la repressione era necessaria per combattere il separatismo siciliano.
Quiescente negli anni successivi, che videro il massiccio fenomeno dell’emigrazione, e durante il Fascismo, il cui regime aveva addirittura disposto il trasferimento fuori della Sicilia dei funzionari siciliani per timore dei loro sentimenti indipendentisti, le speranze di riconquistare l’autogoverno si riaccesero verso la fine dell’ultima guerra mondiale, quando si sviluppò il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS), per opera di Andrea Finocchiaro Aprile, Antonino Varvaro, Attilio Castrogiovanni, Concetto Gallo, Antonio Canepa. Quest’ultimo, capo dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia), fu ucciso in circostanze oscure in uno scontro con i Carabinieri presso Randazzo il 17 giugno del 1945, insieme ai suoi compagni Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice. Oggi un cippo sul luogo dello scontro ne perpetua la memoria.

Era il 15 maggio del 1946: la Repubblica Italiana non era ancora nata, ma la Regione Siciliana già esisteva.
La nascita della Regione e dello Statuto valse a smorzare, e infine a spegnere, l’impeto del movimento indipendentista: la sua rappresentanza nell’Assemblea, erede del Parlamento Siciliano, si ridusse a zero nel giro di due legislature. Rimasero i partiti centralisti italiani, con le loro diramazioni in Sicilia. Priva di un movimento indipendentista o autenticamente autonomista, la Sicilia si trova alla mercé degli interessi del Nord.
L’Italia non vuole bene alla Sicilia.
Per quale motivo i partiti centralisti italiani, di qualsiasi connotazione o coloritura politica, vorrebbero curare gli interessi della Sicilia e del suo popolo? Per essi la Sicilia è considerata un bacino di voti dal quale attingere e poi sparire fino alla successiva tornata elettorale, lasciando i loro proconsoli a seguire i loro affari nell’Isola.
L’Italia non vuole bene alla Sicilia.
Non corrisponde a verità che, prima dell’annessione, in Sicilia ci fosse un’economia fortemente arretrata e priva di tessuto industriale, e che lo sviluppo sia iniziato allora. Al tempo dell’annessione piemontese la Sicilia stava assistendo (ma altre erano ben radicate) alla nascita d’imprese industriali specialmente nel settore della cantieristica navale, della meccanica, dell’estrazione dello zolfo e della filatura della seta, sebbene osteggiate dal difetto di efficienti vie di comunicazione interne. Con l’annessione questo sviluppo è ostacolato e limitato, così come quello di tutta l’Italia meridionale, a favore di quello dell’industria settentrionale.
Da allora, insieme con quella che era la parte continentale del Regno delle Due Sicilie, costituiamo una bella colonia interna alla stessa nazione unitaria. D’altronde, cos’è una colonia, se non una terra della quale si depauperano le risorse a vantaggio dei colonizzatori, dove si danneggia l’iniziativa e la produzione locale, con l’obiettivo di farne un mercato di sbocco dei prodotti del paese dominante? Questo è esattamente ciò che accadde e che continua ad accadere. Oltre alla fornitura di risorse materiali, siamo anche esportatori di manodopera intellettuale: migliaia di diplomati e laureati lasciano ogni anno la Sicilia per cercare occupazione nel progredito Nord. Così, dopo avere impiegato le nostre risorse economiche per formarli, li perdiamo, a causa della mancanza di valide occupazioni nella nostra terra, a vantaggio dello sviluppo settentrionale.
L’opera di colonizzazione passa anche attraverso la demolizione e demonizzazione culturale. Il popolo siciliano è denigrato costantemente tramite cinema, televisione, stampa: vedere, per esempio, gli articoli di Francesco Merlo, giornalista del Corriere della Sera prima e di Repubblica adesso, il quale non perde un’occasione per scagliarsi contro la Sicilia e i suoi abitanti, le sue usanze, le sue tradizioni, giungendo perfino ad attaccare il … cirneco dell’Etna e i cannoli! Vergognose sono state le sue esternazioni in occasione dell’alluvione che, nello scorso mese di novembre, colpì il Messinese, e il paragone con quella delle Cinque Terre in Liguria. Il Sig. Merlo è siciliano, di Catania, ed è un preclaro esempio di quei siciliani che, denigrando la propria terra, cercano una sorta di catarsi dal marchio di origine, per loro infamante, di essere siciliani.
Un altro esempio, stavolta non siciliano, è Indro Montanelli. Egli, a un giornalista francese che lo intervistava nei primi anni ’60 del secolo trascorso, ebbe a dire che essi (i Francesi) non consideravano come francesi gli Algerini (a quel tempo l’Algeria era (ancora per poco) una colonia francese), mentre gli Italiani erano costretti a dare ai Siciliani la qualifica di Italiani! Algeria: colonia della Francia; Sicilia: colonia dell’Italia!
La televisione! Questo è uno strumento formidabile per veicolare immagini negative della Sicilia e dei Siciliani. La parte del leone la fanno gli sceneggiati (oggi li chiamano fiction) che hanno immancabilmente come tema vicende di mafia e di mafiosi. Ogniqualvolta una di queste fiction è ambientata in Sicilia, si sa già che, quasi sempre, riguarderà quanto nominato sopra. E per rimarcare la negatività dell’essere siciliano, “il cattivo” è caratterizzato con un marcato accento siciliano (con preferenza per l’inflessione dialettale palermitana), mentre “il buono” parla senza una particolare intonazione, o, al più, ne ha una centro-nordica. Così è avvenuto che, in una recente opera televisiva sulle vicende di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i quali avevano notoriamente uno spiccato accento siciliano, in questi protagonisti questa caratteristica era quasi negata, mentre veniva invece enfatizzata, al limite del grottesco, nei cattivi antagonisti. D’altronde Falcone e Borsellino erano eroi italiani, Riina e Provenzano sono mafiosi siciliani. Perfino nei cartoni animati per bambini, se c’è un personaggio presentato come “cattivo”, a costui è appioppato un bellissimo accento siciliano! L’effetto è di ingenerare nello spettatore un sentimento molesto, di rifiuto, verso la nostra terra e il nostro popolo, che colpisce spesso anche gli stessi siciliani (non tutti, per fortuna!), innescando in loro tentativi di emendamento da cotanta vergogna: arrivano perfino al ridicolo di camuffare il proprio accento. Da qualche domenica, in un programma condotto da un tale Giletti, in onda sul primo canale della RAI, una volta sì e l’altra pure, si “dibatte” (o meglio, si “urla”) su aspetti negativi, veri o fatti passare per tali, della terra siciliana, e del meridione d’Italia, culle di tutti i guai della Repubblica Italiana: immancabilmente è presente in studio almeno un leghista, e, in aggiunta, il detto conduttore è schierato contro di noi. Ci si dovrebbe rifiutare di pagare il canone alla RAI!
Complessivamente l’integrazione della Sicilia nell’Italia non è avvenuta, checché ne possano pensare certi esponenti delle cosiddette classi colte siciliane: costoro preferiscono allinearsi con il pensiero dominante, ignorando (volutamente o in buona fede) gli avvenimenti storici ed economici che han no portato alla situazione attuale. Stare dalla parte del più forte, del vincitore, li pone in uno stato psicologico di sicurezza, di distacco da quest’anacronismo che è la Nazione siciliana. Anzi, secondo alcuni, la Nazione siciliana non esiste, né è mai esistita; non esiste il popolo siciliano, ma una massa amorfa che è stata, di volta in volta, araba, normanna, …, spagnola, …, e, finalmente, italiana! Adesso il nostro destino è compiuto, siamo diventati italiani, abbiamo raggiunto il climax, il massimo che la Storia aveva da riservarci; se adesso non progrediamo, la colpa è solo ed esclusivamente nostra, delle nostre ataviche e genetiche inferiorità, e non di uno stato che ci ha spinto in una grave condizione d’inferiorità economica, negandoci le necessarie condizioni per lo sviluppo. La stessa autonomia fu accordata ben sapendo che non avrebbe dovuto funzionare, offrendo così il pretesto per incolpare noi siciliani. La colpa dei siciliani è di avere messo al potere una classe politica serva dei partiti italiani, portatori degli interessi della Penisola (diciamo da Roma in su). È inevitabile domandarsi quanta parte i siciliani possano aver avuto per provocare, negli anni, la situazione attuale. Viviamo in una terra ricca di risorse, in una posizione cruciale al centro del Mediterraneo, e facciamo la fame! È possibile che esista una sorta di tara genetica, d’inferiorità, che ci impedisce di progredire? O non è, invece, per l’interesse di una parte dello stato italiano che questo accade? Lo stato italiano, portatore degli interessi economici del settentrione, si è alleato con la classe politica siciliana per alimentare la situazione di bisogno che conosciamo e mantenervi un proficuo serbatoio di voti. La stessa delinquenza organizzata fa comodo a questi gruppi di potere, perché i proventi delle attività illecite sono “ripuliti” in attività finanziarie ed economiche che fanno capo a società del nord (e anche estere). Quindi a loro vanno i denari, a noi rimangono i problemi!
Il non sentirsi italiano, a mio parere, è conseguenza di quanto ho cercato di esporre: viene dalla volontà di difesa della verità, viene dall’amore verso le nostre tradizioni (dal latino tradere: consegnare; che ci è stato consegnato dai nostri avi), viene dal recupero dell’orgoglio di essere un popolo e una nazione.
Viene dal senso di giustizia che dovrebbe ispirare qualsiasi Uomo.
Crispino Abella